sul Gianicolo

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Nino Bixio

Gerolamo Bixio detto ‘Nino’ aveva più di una ragione per essere arrabbiato: orfano di madre, subì ancora bambino angherie di ogni tipo da parte della matrigna. Venne imbarcato come mozzo a 13 anni e visse in mare avventure da romanzo. Noto per il suo carattere duro e per la sua temerarietà in battaglia, fu tra i più noti condottieri delle imprese di Garibaldi. 
Lo ’stile Bixio’ è tutto in questo ultimatum che inviò alle truppe francesi durante la presa di Roma: “Ho dodicimila uomini di terra, dieci corazzate, cento cannoni sul mare. Per la resa non accordo un minuto di più di ventiquattro ore altrimenti domani mattina si chiederà dove fu Civitavecchia”

colomba porzi antonietti

Colomba Porzi Antonietti amava la causa patriottica, ma amava forse ancor di più suo marito Luigi Porzi. Lo aveva conosciuto a Bastia in Umbria quando era una giovanissima fornarina e lui un cadetto in servizio del corpo di guardia pontificio. Si erano sposati di nascosto perchè le famiglie erano contrarissime e lui scontò anche la prigione per non aver chiesto il permesso ai suoi superiori.
Per non lasciarlo più, Colomba si tagliò i capelli ed andò a combattere con lui per la Repubblica Romana. Quando i compagni la invitavano ad allontanarsi dalla battaglia lei rispondeva “ma se lasciassi lui, morirei d’affanno”. 

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Bartolomeo Galletti

Bartolomeo Galletti era un giovane romano figlio di un ricchissimo droghiere. Alla morte del padre ereditò l’enorme patrimonio e visse come un dandy romanaccio dandosi arie da aristocratico tanto che gli amici, per prenderlo in giro, lo chiamavano ‘er duca der cacao’. Playboy insaziabile, sposò la bellissima francese Anna de Cadilhac dalla quale ebbe quattro figli, ma fu accusato di molestie sessuali su delle minorenni e finì in carcere a Castel Sant’Angelo. Scese in campo con i combattenti di Garibaldi essenzialmente perché si riteneva un perseguitato dall’esercito ponitificio. La moglie, nel frattempo, ebbe una breve liaison con il re Vittorio Emanuele dalla quale nacque Maria Vittoria Aurora, che il duca del cacao non accettò mai e chiamò sempre ‘l’intrusa’. In seguito quel fattaccio tornò utile a tutti: la signora Galletti de Cadilhac scrisse al re minacciandolo di far uscire la cosa, e subito il marito fu fatto senatore e uno dei figli deputato.
Ebbe un rapporto stretto con l’attrice Adelaide Ristori, che seguì in numerose tournée raccontate nel libro in forma di diario ‘Il giro del mondo colla Ristori’. In vecchiaia la moglie Anna cercò invano un ricongiungimento, ma egli la rifiutò preferendo vivere in una sartoria per signore.

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tommasi crudeli

Se Garibaldi fu ferito, ma non perse la gamba, lo dobbiamo al Maggiore Corrado Tommasi Crudeli. 
Era un medico, e si oppose per ben due volte all’amputazione e per questo egli gli fu sempre riconoscente. Da studente si era specializzato a Parigi in medicina sperimentale e alternò fin dalla gioventù la ricerca universitaria alla vita politica. 
Si precipitò dalla Francia a Firenze per arruolarsi con i Mille. 
Dopo l’Unità d’Italia fu deputato e poi senatore a vita, e volle applicare i suoi studi in campo sociale spendendosi per l’igiene e la riforma della polizia dei costumi.

Giovanni Nicotera

Giovanni Nicotera era calabrese, e non ancora quindicenne già si dedicò alla causa rivoluzionaria cospirando contro i borboni. Si arruolò seguendo Carlo Pisacane con il quale condivideva le idee socialiste e la convinzione che l’Unità d’Italia dovesse partire non dall’egemonia piemontese, ma dal miglioramento delle condizioni di vita delle masse contadine in particolare del Meridione.  Durante la nota spedizione di Sapri, nella quale perse la vita l’amico Pisacane, Nicotera venne gravemente ferito, processato e condannato a morte. La pena fu tramutata in ergastolo che scontò a Favignana, dove venne liberato dai Mille di Garibaldi. Dopo l’Unità divenne politico e si schierò con la Sinistra storica sempre a favore del Mezzogiorno.

Luciano Manara

Luciano Manara proveniva da una ricca famiglia milanese, amava la musica tanto che ancora ventenne fondò una piccola scuola nel bergamasco a sue spese, dalla quale nacque la banda Corpo Musicale Luciano Manara che ancora oggi esiste.
Combattè nelle Cinque Giornate di Milano e con i Volontari Lombardi fino alla difesa della Repubblica Romana per la quale perse la vita. Prima di morire scrisse in una lettera all’amica Francesca “Fanny” Bonacini Spini le memorabili parole:  “Noi dobbiamo morire per chiudere con serietà il Quarantotto; affinché il nostro esempio sia efficace, dobbiamo morire“.

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